Ho recentemente letto uno studio intitolato “Alcohol Consumption at Work in Construction Workers Employed in Small Italian Companies”, di Borrelli, Fontana, Perrotta et al. pubblicato quest’anno su Medicina del Lavoro. Si tratta di uno studio osservazionale condotto su 315 lavoratori del settore edile, con l’obiettivo di analizzare abitudini di consumo, percezione del rischio e applicazione della sorveglianza sanitaria in tema di alcol.
Il lavoro si inserisce in un ambito particolarmente rilevante per la medicina del lavoro, considerando che il consumo di alcol rappresenta un fattore di rischio trasversale, con potenziali implicazioni sia per la salute del lavoratore sia per la sicurezza, soprattutto nei contesti ad elevato rischio infortunistico come quello edile.
Uno dei dati che mi ha impressionato è che circa un terzo dei lavoratori (il 32,7%) è risultato positivo all’AUDIT-C, cioè presenta un pattern di consumo considerato a rischio.
Si tratta di una percentuale non trascurabile, che merita una riflessione, anche alla luce di quanto emerge abitualmente nella pratica clinica quotidiana nell’ambito della sorveglianza sanitaria.
Il significato del dato: consumo a rischio, non dipendenza
È importante chiarire fin da subito un aspetto metodologico fondamentale.
La positività all’AUDIT-C:
- non equivale a diagnosi di dipendenza alcolica,
- non identifica automaticamente una condizione clinica patologica,
- non comporta, di per sé, una non idoneità lavorativa.
Piuttosto, individua una fascia di lavoratori con consumo potenzialmente rischioso, che può assumere rilievo in relazione alla mansione svolta, soprattutto nei contesti a elevata esposizione al rischio infortunistico e contro terzi.
Una discrepanza evidente
Il dato riportato nello studio si colloca su valori relativamente elevati, almeno rispetto a quanto alla mia esperienza che emerge quotidianamente nella pratica clinica in ambito di sorveglianza sanitaria.
Questa discrepanza merita una riflessione, perché difficilmente può essere spiegata con una reale differenza nei comportamenti di consumo. Più verosimilmente, dal mio punto di vista, riguarda le modalità con cui tali comportamenti vengono rilevati.
Il ruolo del contesto nella raccolta dei dati
Un primo elemento da considerare è il contesto di somministrazione dello strumento.
Nel lavoro di Borrelli e colleghi:
- i dati sono raccolti tramite questionario anonimo,
- la partecipazione è volontaria,
- non vi sono conseguenze dirette per il lavoratore.
Nella pratica della sorveglianza sanitaria, invece:
- il colloquio avviene all’interno di una vera e propria valutazione medico-legale,
- il lavoratore è consapevole che le informazioni possono influenzare il giudizio di idoneità,
- può esserci una percezione, anche se non sempre fondata, di possibili ricadute lavorative.
È ragionevole ritenere che questo contesto favorisca una sottodichiarazione del consumo reale, fenomeno ben noto negli studi su comportamenti sensibili.
Lo stesso articolo sottolinea come strumenti come l’AUDIT-C possano risultare meno affidabili quando utilizzati in contesti non anonimi, proprio per la presenza di bias di risposta.
Conoscenza del rischio e comportamento reale
Un altro aspetto interessante evidenziato dallo studio riguarda la relazione tra conoscenza delle norme e comportamenti effettivi.
La maggior parte dei lavoratori (il 90,5%) è infatti consapevole del divieto di consumo di alcol in determinate attività lavorative e riferisce di aver ricevuto informazioni e formazione sul tema. Ciononostante, una quota non trascurabile riporta comunque consumo di alcol durante l’attività lavorativa (1,9%) o nelle pause (5,1%).
Questo dato suggerisce (non sorprendentemente) che la conoscenza del rischio e delle norme non è sufficiente, da sola, a modificare i comportamenti.
Limiti dell’AUDIT-C
Alla luce di queste considerazioni, emerge una criticità più ampia che riguarda l’utilizzo dell’AUDIT-C in ambito occupazionale. Si tratta naturalmente di uno strumento validato, economico, di semplice impiego e senz’altro utile come screening, ma che presenta limiti evidenti quando applicato:
- in contesti non anonimi,
- in presenza di possibili conseguenze medico-legali,
- in popolazioni esposte a rischio di stigmatizzazione.
Il rischio è duplice:
- sottostimare il consumo reale, se ci si affida esclusivamente all’autodichiarazione
- sovrainterpretare il dato, se non lo si contestualizza rispetto alla mansione e al rischio specifico
Una questione di metodo, non solo di numeri
La riflessione che emerge non riguarda tanto il valore percentuale in sé, quanto il metodo.
Il tema a mio avviso non è stabilire quale sia “più corretto”, ma riconoscere che strumenti identici applicati in contesti diversi producono risultati diversi.
In questo senso, la valutazione del consumo di alcol in medicina del lavoro non può essere ridotta a un punteggio, ma richiede un approccio più articolato che integri:
- anamnesi mirata,
- analisi della mansione,
- contesto organizzativo,
- eventuali indicatori indiretti.
E talvolta, naturalmente, l’etilometria diretta.
Conclusioni
Lo studio di Borrelli e colleghi ha il merito di riportare l’attenzione su un tema spesso trattato in modo formale, ma non sempre approfondito nella sua complessità.
Il consumo di alcol nei lavoratori:
- esiste,
- è rilevante in termini di sicurezza,
- è difficilmente quantificabile in modo indiretto, senza l’impiego dell’etilometria.
Per il medico competente, questo implica una responsabilità ulteriore: non limitarsi all’applicazione di un questionario standardizzato, ma interpretarne i risultati criticamente alla luce del contesto.
Una domanda aperta
Propongo infine una questione, che credo meriti una riflessione condivisa.
Quanto possiamo considerare affidabili gli strumenti di screening basati sull’autodichiarazione, quando utilizzati all’interno della sorveglianza sanitaria?
È un tema che tocca non solo la metodologia, ma anche il rapporto di fiducia tra medico e lavoratore, e più in generale l’efficacia reale delle strategie di prevenzione.





